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L’introduzione di nuovi KPI riflette un cambio di paradigma nella gestione degli allevamenti di bovini da latte. Invece di concentrarsi solo sulla produzione annuale di latte o sul picco di produzione, gli allevatori stanno sempre più valutando la performance complessiva dell’animale durante l’intero arco della sua vita. Questo approccio consente di bilanciare produttività e benessere, ridurre i costi complessivi e promuovere la sostenibilità.



L’intervallo tra i parti considerato ideale è di 365 giorni, con una lattazione di 305 giorni e un periodo di asciutta di 60 giorni. Questo approccio si basa sull’idea che mungere le vacche nelle prime fasi della lattazione permetta di massimizzare la resa. Ma è ancora valido oggi? Attualmente, le vacche raggiungono il picco di produzione tra gli 80 e i 90 giorni dopo il parto, anziché tra i 40 e i 50 giorni come avveniva in passato. Di conseguenza, questi parametri tradizionali sono ancora adeguati alle esigenze moderne degli allevamenti?
Con la diffusione della mungitura robotizzata, che ha aumentato il numero medio di mungiture giornaliere, le curve di lattazione sono diventate più persistenti. I paradigmi stabiliti in un contesto storico diverso sono ancora validi oggi, considerando il cambiamento significativo dello scenario a cui stiamo assistendo?
Con una maggiore persistenza delle curve di lattazione e picchi produttivi sempre più elevati, anticipare gli interventi di fecondazione coincide con il periodo di massimo deficit energetico per l’animale. Siamo certi che questo sia davvero il momento ottimale per procedere con la prima fecondazione?
La fase di transizione, e in particolare il momento del parto, è uno dei periodi più critici per le bovine da latte, durante il quale si registrano i più alti tassi di riforma. Siamo certi di comprendere appieno le implicazioni economiche che deriverebbero da una riduzione della durata di questa fase all’interno della mandria?

Confrontiamoci con chi ha studiato e sperimentato sul campo questo nuovo approccio per comprenderne a fondo vantaggi e svantaggi!
Ritardare il periodo di attesa volontario, la prima fecondazione, prolungare le lattazioni con l’obiettivo di migliorare la fertilità, ridurre la fase di transizione e diminuire il numero di parti delle patologie ed incrementano la produzione di latte.
Gli studi che illustreremo in occasione del webinar mostrano come primipare sottoposte ad un tempo di attesa volontario esteso presentano una miglior funzione riproduttiva durante la prima lattazione, dimostrata da una maggiore intensità dell’estro, un tasso di concepimento migliore al primo intervento fecondativo, e un numero inferiore di inseminazioni.
L’estensione del periodo di attesa volontario può ridurre la frequenza dei periodi di transizione per unità di tempo sia per la singola vacca che per l’intero allevamento. Questo può portare ad un minor impatto negativo degli eventi associati alla transizione, quali cambiamenti della dieta, sospensione della mungitura, movimentazione e ri-raggruppamento di animali, inizio della lattazione e il parto stesso, eventi che sono associati a una riduzione dell’immunità, a un bilancio energetico negativo e a una necessario adattamento fisiologico.
Una minore frequenza di periodi di transizione potrebbe quindi migliorare la salute a lungo termine delle vacche, poiché l’incidenza delle patologie è più alta nella fase iniziale della lattazione.
PD Dr. rer. agr. habil. Anke Römer
Istituto di Livestock Farming presso il Centro di Ricerca Statale per l’Agricoltura e la Pesca del Mecklenburg-Vorpommern, Germania.
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